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Islam
Incontro con Gabriel Mandel, vicario generale in Italia della Confraternita sufi Jerrahi-Halveti
La via al sufismo
In Italia l’Islam e i suoi molteplici aspetti storico-sociali hanno incontrato un’indifferenza generale che oggi si è trasformata in demonizzazione
di Giovanni Maggi
Incontriamo alla Camera del Lavoro di Milano il professor Gabriele Mandel Khan, vicario generale in Italia della Confraternita dei sufi Jerrahi-Halveti; quattro lauree, più una Honoris Causa, docente universitario, autore di 203 libri pubblicati dalla maggiori Case editrici. È lì per intervenire nell’appuntamento settimanale della campagna ‘Contro il razzismo’, organizzato dalla Cgil. Nell’occasione si parlerà di Islam e dei suoi riflessi sulla popolazione italiana. Gabriele Mandel Khan ha vissuto in Francia sino al 1954, ed è venuto in Italia quale direttore editoriale delle edizioni UNESCO per l’Arte Mondiale & Amilcare Pizzi. A metà degli anni Cinquanta, in Italia di immigrazione non si parlava e sul territorio nazionale non sorgeva neppure una moschea. La prima sarà aperta solo nei primi anni ‘80.
Dalla Francia Gabriel Mandel Khan si porta il ricordo di una diffusa conoscenza, presso la popolazione, di che cosa sia l’Islam. In Italia invece incontra un’ indifferenza generale, indifferenza che oggi si è trasformata in demonizzazione.
“È proprio così - afferma Gabriele Mandel Khan - e nei primi tempi in Italia ne sono rimasto sconcertato. Allora mi sono rimboccato le maniche e ho fatto tutto quanto mi era possibile per fare conoscere l’Islam, la sua religione, la cultura, la realtà dei vari paesi islamici. Ho tradotto il Corano, cui sono seguiti circa un centinaio di altre pubblicazioni, e articoli, e conferenze, e lezioni e mostre sempre sulla varie realtà dell’Islam. Eppure l’ignoranza e la relativa demonizzazione sembrano permanere”.
Come mai, professore?
“Credo che ciò sia dovuto ad una precisa e particolare necessità politica. Dunque un problema in parte reale ma in gran parte creato. Problema non facile da risolvere sino a quando la necessità politica non verrà modificata da un assetto governativo diverso; l’ignoranza invece si deve affrontare con tanti appuntamenti come quello di questa mattina”.
Professore, lei è un sufi. Mi parli della Confraternita e della sua presenza in Italia?
“I sufi e le sufi sono all’incirca ciò che sono i frati e le suore nel Cristianesimo. Il sufismo è la via mistica precipua dell’Islam, e se non si è musulmani non si può essere sufi, così come i monaci sono precipuamente i mistici del cristianesimo. Poi: il sufismo è una realtà altamente complessa, intelligibile nella sua pienezza solo da colui che la vive al suo interno. Per darne una idea, mi limiterò a citare il mio compianto Maestro, Si Hamza Boubakeur (che fu rettore dell’Università islamica di Parigi, rettore della Moschea di Parigi, discendente diretto del primo ‘califfo ben diretto’ Âbû Bakr): “il sufismo in se stesso non è né una Scuola teologico-giuridica, né uno scisma, né una setta, anche se si pone di sopra da ogni obbedienza. È innanzi tutto un metodo islamico di perfezionamento interiore, d’equilibrio, una fonte di fervore profondamente vissuto e gradualmente ascendente. Lungi dall’essere una innovazione o una via divergente parallela alle pratiche canoniche, è anzitutto una marcia risoluta d’una categoria di anime privilegiate, prese, assetate di Dio mosse dalla scossa della Sua grazia per vivere solo per Lui e grazie a Lui nel quadro della Sua legge meditata, interiorizzata, sperimentata”.
Dunque, le confraternite dei sufi sono comunità ben organizzate, che si sono sgranate lungo il corso dei secoli. Punta di diamante dell’Islam; dal momento che l’Islam non si presenta come un blocco monolitico ma ha varie coloriture, varie sfaccettature e varie istanze a seconda dei luoghi geografici e delle diversificazioni storico-sociali, anche il sufismo ha vari aspetti. Si può dire che la sua vera origine è situabile nell’Asia turco-iraniana, che per ragioni storiche ha riassunto e inglobato insegnamenti esoterici buddhisti, indù, classico-egizi e cristiani pur scaturendo da una matrice sciamanica non mai sopita; mentre in certe zone dell’Arabia e del Nordafrica - soprattutto nei due ultimi secoli - è andato poi anche degenerando in aspetti folcloristico-popolari”.
Vi sono paesi di cui ci si accorge solo se avvengono disgrazie, guerra, ad esempio l’Afghanistan…
“È vero. I turchi dell’Afghanistan, miei antenati diretti, conquistarono l’India (impero Lodì, impero Moghol), e per un periodo anche l’Iran (Qajari). Nei primi anni del Settecento abbandonarono tutti l’Afghanistàn per andare o nell’Impero Ottomano (i miei antenati) o in Iran o in India. Partiti loro, non vi fu più unità fra le altre etnìe afghane, che presero a combattersi fra di loro. Quando io venni in Italia, vestito alla parigina, qualcuno mi trovava “alieno” e mi chiedeva quale fosse la mia origine. Quando rispondevo: “Afghana”, tutti credevano che inventassi. Pochissimi sapevano dove era l’Afghanistan. Di quel paese però ci si è accorti quando l’Unione Sovietica lo ha invaso. È un paese molto difficile, aspro, povero. Si pensi che durante l’invasione di Gengis Khan (che gli Afghani, unici al mondo, seppero vincere) furono insabbiate tutte le sorgenti d’acqua”.
Lei è turco. Ed è favorevole all’ingresso della Turchia in Europa?
“Quello dell’ingresso della Turchia in Europa è una questione molto delicata. In Turchia vi sono due poteri che organizzano la società: quello dei militari e quello del Governo, o autorità civili. I militari sono favorevoli all’ingresso in Europa, i civili sanno che il destino della Turchia è verso i Turchi (i turchi vanno dalla Turchia sino alla Cina che ha il Turkestan cinese). D’altronde l’ingresso della Turchia in Europa sarà altamente vantaggioso per l’Europa, ma certamente un danno considerevole alla millenaria cultura e alla florida economia turche. I Turchi intellettuali, quelli che io conosco, preferiscono l’autonomia, a loro non glie ne importa proprio niente dell’Europa e di tutte le sue beghe politiche nonché delle sue decadenze morali, e ritengo che quando l’Europa chiederà alla Turchia di entrare, la Turchia avrà la tendenza a rispondere di no”.
La presenza della Turchia come paese europeo non potrebbe favorire la conoscenza dell’Islam nel vecchio continente?
“È ben certo che da sempre si è vissuto in Turchia un Islam aperto e rispettoso di tutte le religioni. Il motto di Ataturk poi è: “Pace nel Mondo, pace nel Paese!” D’altronde: per i primi duecento anni dell’Islam la cultura islamica è stata una desinenza del Tardo Antico (come l’arte paleocristiana, l’arte bizantina e l’arte armena). Solo con l’ingresso dei Turchi nel Mediterraneo si è definita un’arte e una civiltà islamiche del tutto precipue ed autonome, grazie all’apporto dell’arte e della cultura turca e della capacità dei Turchi di unire in un egregoro varie culture disparate. D’altronde i Turchi hanno portato all’Europa la carta, la stampa, la bussola (dalla Cina), la matematica e i numeri (detti arabi) dall’India.
Il Maestro sufi turco Avicenna con il suo Canone è stato alla base di tutta la Medicina europea... e così via. I turisti che visitano la Turchia sanno quale è l’ospitalità turca e quante sono le eminenti opere d’arte della Turchia, paese in cui si sono susseguite sette grandi civiltà. I turisti che visitano la Penisola Arabica sanno quanta mancanza di civiltà, d’arte e di cultura c’è in quelle terre”.
Il Corano è interpretabile?
“Ogni musulmano è responsabile in prima persona delle proprie azioni; quindi non si può basare sulla interpretazione di un altro o su ciò che un altro di ha detto di fare. Certo che il Corano si presta a vari gradi di lettura, a seconda dei vari gradi di istruzione del lettore, altrimenti inficerebbe il dono divino del “Libero arbitrio”. Per questo il Corano “impone” di studiare. Il vero male, il vero dolore, il vero peccato è (per il Corano) l’ignoranza”.
Lei fa parte dei cosiddetti islamici moderati. Ma nella realtà dell’Islam vi sono anche frange terroristiche: i primi sapranno ‘far ragionare’ i secondi?
“Chi ha una laurea capisce un analfabeta, ma un analfabeta capisce una lezione universitaria? Comunque in tutte le religioni, in tutte le fedi anche politiche, ci sono i buoni e i cattivi, i saggi e i terroristi. I terroristi detti musulmani non sono tali per eccesso di Islam, ma per totale e assoluta mancanza di Islam. L’Islam è una religione di pace, come d’altronde tutte le religioni. In uno stato democratico e pluriconfessionale ci sono le Leggi: ma quanti le seguono? Il Codice italiano proibisce il furto e l’omicidio, ma forse per questo in Italia non si ruba e non si uccide? Tutto il mondo è paese”.
Come giudica ciò che sta accadendo in Iran?
“Un interesse mosso da un calcolo. A volte si sbagliano i calcoli, e la somma risulta errata. Tuttavia gli interessi a volte sono così prepotenti da bendare gli occhi della gente, cosicché non si rende conto neanche degli errori più evidenti. Per i sufi, rammentiamolo, chiunque uccide è un assassino, tranne che in caso di legittima difesa, perché se accettassimo che uno ci uccida, diventeremmo suoi complici e così diventeremmo anche noi assassini. Chiunque, poiché il Corano lo proibisce. Chi uccide, abbia una qualsiasi divisa addosso o un qualsiasi pretesto politico o altro, se ammazza è un assassino. Per cui noi sufi non uccidiamo; che gli altri se la vedano loro, con la loro coscienza, e soprattutto ‘con Dio, il Giorno del Giudizio Universale’. È a Dio, e solo a Dio che noi sufi ci rimettiamo”.

di Arcipelago Edizioni
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