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Intervista
Incontro con Sadi Marhaba, professore di Storia della Psicologia all’Università di Padova
Dare per avere
L’integrazione europea è più un fenomeno economico che non un fenomeno culturale: perché l’Europa dovrebbe essere capace di fare, per gli immigrati, ciò che non è capace di fare per i propri cittadini?
di Giovanni Maggi. Foto di Massimo di Nonno
Lei in un recente intervento ha affermato che gli italiani, non avendo posseduto imperi coloniali e non avendo un concetto di nazione forte, potevano mostrare atteggiamenti meno ostili di altri popoli europei verso gli immigrati. Invece non è andata così: perché?
“Perché, probabilmente, prima di dare, di poter dare, bisogna avere. Per esempio, nella vita affettiva, in genere chi sa amare lo sa fare perché, prima, è stato lui stesso amato. È possibile, ma è raro, che si riesca ad amare senza essere stati amati. Per l’identità nazionale, forse, avviene la stessa cosa: prima bisogna averla, anche forte, e poi la si può perdere, a favore di una identità umana più ampia. Noi italiani, non avendola mai avuta, non siamo in grado di ‘perderla’, di ridimensionarla a contatto con le altre identità. Siamo come un bambino che non è mai cresciuto del tutto.
Non possiamo fare il passo meta-identitario, perché non abbiamo compiuto il processo di auto-identificazione. Senghor, il poeta e presidente del Senegal, disse una volta: ‘La vera cultura consiste in questo: avere radici profonde in una cultura, e poi sradicarsi’.
D’altra parte, si può essere stati amati, e non per questo amare; si può avere una forte identità nazionale, e non per questo esser capaci di superarla. Come dimostrano molti europei razzisti, non italiani. Insomma, tutte le vie sono buone per approdare al razzismo: identità forte e identità debole si alleano sotto il suo vessillo”.
Il terrorismo islamico rischia di oscurare ciò che avviene nei paesi dell’Islam, soprattutto le lotte dei musulmani moderati e democratici per società più libere. Come scindere nettamente i due ‘mondi’?
“Mediante la buona informazione, che non deve stancarsi di ripetere che l’estremismo islamista coinvolge percentuali molto basse del mondo islamico. Secondo il Dipartimento di Stato degli USA, in tutto il mondo, islamico e non islamico, gli integralisti attivisti sono poche centinaia di migliaia. Aggiungendo i loro simpatizzanti non attivisti, si arriva a un totale di circa cinque milioni di persone. Poiché i musulmani nel mondo sono circa un miliardo e duecento milioni di persone, gli integralisti ne costituiscono soltanto lo 0,4%. I musulmani moderati sono il 99,6%. Ma, certo, se io in TV faccio vedere una dimostrazione con una folla di migliaia di integralisti, e non dico i numeri reali (e non lo dico per interesse o calcolo, o per colpevole ignoranza), il gioco è fatto.
La deformazione dei media è un fenomeno molto importante. E vale anche per realtà meno ‘calde’ dell’Islàm. Quando in Italia c’erano gli anni di piombo, e le brigate rosse, all’estero moltissimi credevano che noi, in Italia, vivessimo in mezzo alle bombe. Ricorderò sempre questo piccolo episodio. Nel 1981, in estate, volevo andare a trovare mia zia nel Libano, il Paese di mio padre, dove ho vissuto da ragazzo. Ebbene: mia zia mi telefonò a Padova, dove vivevo, preoccupatissima per il mio viaggio: secondo l’idea che lei si era fatta, sulla base dei notiziari TV libanesi sull’Italia, io avrei rischiato di saltare su una bomba messa dai terroristi su un treno italiano o su un aereo italiano... Mi pregò di rassicurarla sul fatto che non avrei preso un aereo dell’Alitalia...”.
Che cosa si percepisce innanzitutto di differente verso lo straniero: il colore della pelle, la religione, la lingua, l’abito, la cultura? Come comportarsi per superare le diffidenze?
“In ordine decrescente, metterei: colore della pelle, lingua, religione, cultura, abito. L’abito lo metterei all’ultimo posto: se un bel ragazzo biondo è vestito in modo eccentrico, non si crea un muro nei suoi confronti. Invece, uno scuro è discriminato anche se ha giacca e cravatta (se poi è vestito male, non ne parliamo...).
Per superare le differenze: con l’aiuto della cultura (e dell’antropologia culturale) mettersi nei panni dell’altro: per esempio, l’odore del sudore dei bianchi può essere molto fastidioso per i neri (assomiglia all’odore dei cadaveri...)”.
Si dice che gli italiani poco sanno dell’Islam. Lei sostiene che ciò dipende anche dal fatto di non avere combattuti guerre coloniali. In Francia ad esempio invece...
“Sì, la Francia ha una forte presenza islamica da molto più tempo, rispetto a noi. Provi a guardare l’elenco telefonico di Parigi: sono molto numerosi i nomi arabi corrispondenti a ingegneri, avvocati, medici, industriali, eccetera. Importanti case editrici francesi hanno direttori e responsabili di collane prestigiose che sono musulmani. Addirittura, la famosa rivista culturale “Esprit” ha avuto un direttore musulmano. Tuttavia, la Francia coloniale ha prodotto milioni di morti in Algeria, e l’Italia no. Inoltre, il modello di integrazione francese non è un modello da imitare per l’Italia. C’è, a Parigi, un sottoproletariato islamico ghettizzato ed esplosivo. Per l’Italia ci vorrebbe qualcosa di meglio, di molto meglio. È vero che manca il completamento del processo identitario, ma l’Italia potrebbe trarre insegnamento dai vecchi modelli d’integrazione francese, inglese, eccetera, che non sono stati un successo. Bisognerebbe, secondo me, guardare al Canada. O bisognerebbe che alla guida del Paese ci fossero uomini profetici con idee forti. Un La Pira, per esempio. Ma dove sono?”.
La cultura, la scienza dell’Islam ha dato apporti notevoli a quelle europee. L’immigrato islamico sbarca ritenendo che tutto ciò sia noto agli italiani e poi scopre che invece non è così: quale è allora la reazione dell’immigrato?
“Si sente escluso da una famiglia allargata cui pensava di appartenere. Si sente frustrato, perché non viene ‘riconosciuto’, mentre lui, per la sua cultura storica e religiosa, ha già dentro di sé il riconoscimento dell’europeo. Si crea così una asimmetria: io (islamico) sento che tu sei come me, ma tu (europeo) senti che io sono diverso da te, e me lo fai sentire in tutti i modi.
Il punto fondamentale è questo: dei tre grandi monoteismi, l’ebraismo viene per primo, storicamente, e, a stretto rigor di logica, non ha bisogno di nessuno per la propria identità (né del cristianesimo, né dell’islàm); il cristianesimo viene per secondo, e ha bisogno dell’ebraismo, che ha infatti riconosciuto come proprio “fratello maggiore”, anche se questo riconoscimento ha richiesto secoli, ed è stato preceduto dall’antisemitismo (che è stato cristiano, sia cattolico, sia protestante, sia ortodosso, prima di essere nazista); l’islamismo viene per terzo e ultimo, e ha bisogno sia del cristianesimo che dell’ebraismo.
L’islamismo fonda la propria identità sul riconoscimento dell’identità del cristianesimo e dell’ebraismo. Ogni musulmano sa questa cosa fondamentale.
Ma c’è un piccolo dettaglio: gli altri, ebrei e cristiani, non lo sanno; o non gliene importa niente. Per loro, il musulmano è il ‘diverso’, il ‘totalmente altro’. Su questa fondamentale asimmetria relazionale si gioca tutto il dramma attuale dei rapporti fra islàm e occidente. Ma quanti hanno capito?”.
Quale dovrebbe essere la politica dell’Europa tutta verso l’immigrazione?
“Ci vorrebbe un grande laboratorio di idee e di sperimentazione. Un grande sforzo intellettuale, culturale, umano. Partire da idee nuove, e non temere di sperimentarle. Proprio l’opposto di ciò che avviene, per cui gli immigrati sono quasi esclusivamente forza di lavoro.
D’altra parte, perché l’Europa dovrebbe essere capace di fare, per gli immigrati, ciò che non è capace di fare per i propri cittadini? Sappiamo bene che l’integrazione europea è assai più un fenomeno economico, dettato dalle leggi del mercato, che non un fenomeno culturale.
Tuttavia, non bisogna abbattersi, e bisogna rimboccarsi le maniche. Cose buone ci sono, eccome, anche se non a livello dei governi e dei grandi poteri. Per esempio, il volontariato italiano nell’intercultura non è una piccola cosa. Chi ha visto o partecipato alle iniziative multietniche, che ci sono tutto l’anno, e in particolare in questi giorni, con la fine dell’anno scolastico, non può che restarne rincuorato.
C’è un’Italia colta e civile, multicolore e generosa, anche nel Nord-Est, che non si riconosce nelle turpi farse che conosciamo”.
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