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Immigrazione
Seconde generazioni in Italia, scenari di un fenomeno in movimento
In viaggio verso l’età adulta
La riflessione sulle seconde generazioni parte dall’analisi di tre dimensioni distinte: quella anagrafica, quella socio-familiare e quella storica
di Marco Demarie (Fondazione Agnelli). Illustrazione di Daria Albanese
Perché noi seconde generazioni dovremmo essere un problema?” Questa domanda è stata rivolta da un giovane immigrato ad un convegno che proprio di seconde generazioni trattava.
La domanda – nella sua immediatezza – è estremamente rilevante. Da più punti di vista. Rilevava la preoccupazione, impregnata di una legittima indignazione, di chi si sentiva rubricato per il semplice fatto di appartenere a un gruppo anagrafico peraltro estremamente eterogeneo, come un soggetto per così dire pregiudicato. Rivelava la paura che proprio tale pregiudizialità, come una profezia che si auto-avvera, respinga e confini nella percezione diffusa le seconde generazioni dell’emigrazione in un area di problematicità effettiva. Rivelava il timore che la costruzione socio-culturale della categoria delle seconde generazioni possa finire per spostare ancora in avanti la barriera della diversità imposta. Il lessico di ogni discorso sull’immigrazione è di per sé fortemente connotato: non ne è permesso un uso ingenuo. Dobbiamo quindi accettare tale condizione linguistico-ideologica; ma dobbiamo altresì padroneggiarla criticamente. Anche “seconde generazioni” può diventare un format multiplo, a disposizione di punti di vista e di opzioni politiche differenti.
Al mondo della ricerca e delle istituzioni culturali spetta di conseguenza una certa responsabilità nel chiarire quali sono i propri assunti nell’avvicinarsi alle questione delle seconde generazioni.
Il programma di ricerca della Fondazione Agnelli guarda alle seconde generazioni dell’immigrazione come ad una grande occasione per la società italiana – sempreché quest’ultima sappia attivare le opportune misure per “fare spazio” – sociale, economico, culturale, politico-istituzionale – alle strategie esistenziali dei giovani e gestisca i probabili conflitti quanto più possibile non come scontri tra identità irriducibili ma come dinamiche di una società, e di una socialità, plurale.
Questa impostazione guarda alle seconde generazioni adottando una prospettiva temporale estesa.
Ciò che interessa, infatti, è la dimensione delle seconde generazioni adulte (per quanto imprecisa sia tale definizione); lo sguardo è pertanto puntato ad un futuro non immediato – data la situazione italiana, che conta l’ampia maggioranza delle seconde generazioni in età infantile o comunque minorile; ma al tempo stesso da quel futuro più o meno remoto rimbalza al presente perché è nel presente che si pongono molte delle condizioni che configureranno l’esito della “adultità” delle seconde generazioni.
Quando parliamo di generazioni, che cosa intendiamo precisamente? La riflessione scientifica sull’argomento è vastissima e affronta diverse dimensioni:
- la dimensione strettamente anagrafica, che consente di definire in modo descrittivo il gruppo delle seconde generazioni (con le loro frazioni); essa in realtà rimanda in modo specifico ai “percorsi di socializzazione” primaria e scolastica; ma ha anche effetti importanti sul regime di acquisizione della cittadinanza;
- la dimensione socio-familiare, le continuità/discontinuità che disegnano i rapporti per così dire verticali tra generazioni, sia nell’ambito familiare sia nel più vasto ambito relazionale-sociale;
- la dimensione storica (talvolta epocale) (cfr. Mannheim, 1928), di tipo orizzontale; cioè quella temperie storico-sociale che accomuna i coetanei che attraversano contemporaneamente medesime o simili esperienze e che quindi influenza la loro visione del mondo (per es. la fase del terrorismo islamico, o l’allargamento dell’Unione Europea – o, più in generale, le fasi del ciclo economico).
L’intreccio di queste dimensioni è stretto, spesso analiticamente quasi inestricabile. E tale da coinvolgere molta parte dell’esperienza della formazione della persona e del passaggio all’età adulta.
È dunque una prima conseguenza avvicinarsi alla questione delle seconde generazioni come a una dimensione olistica, che andrà certo affrontata nelle sue diverse componenti (formazione, lavoro, origine etnica, comportamenti familiari, matrimoniali e riproduttivi, mobilità, transnazionalità, costumi, gusti, religiosità, cittadinanza, cultura politica ecc.), senza però mai trascurare l’obiettivo della ricomposizione nell’unità (magari lacerata) dell’esperienza soggettuale. L’implicazione metodologica di questo tipo di approccio è l’utilizzo di una pluralità di strumenti di ricerca, anche a costo di un certo rischio di eterogeneità. Istituzioni come Ismu e Fondazione Agnelli hanno tra i propri vantaggi quello di poter sfuggire a certi conformismi disciplinari e permettere lo scambio e la dialogità tra forme diverse di esplorazione della realtà.
Siamo infatti sempre esposti al rischio di rappresentazioni approssimative e/o ideologizzate della realtà . Pensando alle seconde generazioni dell’emigrazione, si vede bene come esistano due immagini polari estreme palesemente fallaci:
- da un lato quella per cui il futuro delle persone che hanno alle spalle una storia migratoria continuerà a riproporsi inalterato nel tempo, come una specie di ineludibile stigma che comprometterà la possibilità di un ingresso societario normale;
- dall’altro l’idea che il passaggio generazionale segni di per sé come una sorta di dissoluzione dell’identità migratoria – conservata al più nell’intimo o soltanto addirittura nell’inconscio della persona - grazie all’effetto inglobante, ancorché conflittuale, dell’esperienza societaria e dell’azione culturale e istituzionale.
Seppure utili come situazioni limite da utilizzare per contrasto, non è difficile riconoscere che né l’uno né l’altro di questi approcci possiedano un accettabile grado di generalizzabile realismo. I percorsi soggettivi si collocheranno invece nel fascio di possibilità segnate da questi due estremi.
Ma appunto di percorsi, al plurale, si deve parlare. L’itinerario secondo-generazionale va immaginato come un campo di forze orientate nel quale i soggetti, con décalages temporali e comportamentali, affrontano una transizione comune, talvolta avvicinandosi talaltra divergendo, unendosi in gruppi o procedendo singolarmente, rallentando o accelerando. Bisogna però subito aggiungere che di questo “movimento” non esiste traguardo, o almeno non esiste un traguardo in senso stretto, che possiamo immaginare ora. Esiste la formazione di una società modificata proprio dal contributo delle seconde generazioni; e la speranza che in questo processo nessuno debba avere inferiori chance di vita – a parità di altre condizioni – per il fatto di discendere da genitori immigrati. Si pensi, in particolare, alla questione del lavoro e alle aspettative di mobilità professionale ascensionale. Questo è un punto importante, che ci porta al passaggio successivo.
Come leggere questa vicenda? È interessante e utile considerare il passaggio secondo-generazionale dentro la più generale transizione all’età adulta dei giovani residenti in Italia. Si tratta di estendere l’approccio generazionale, prendendo atto di vari fattori:
- la numericamente non trascurabile componente di giovani di estrazione immigrata sul totale dei giovani, specialmente in prospettiva;
- l’ampia eterogeneità dei giovani di seconda generazione, che non ne consente analiticamente il trattamento analitico come un gruppo unitario. Al di là della variabile “origine migratoria”, e quindi la questione della cittadinanza, le distanze/vicinanze tra giovani italiani e non, non sono maggiori di quanto non siano tra diversi gruppi di seconda generazione.
- I processi di integrazione, per quanto mai pienamente soddisfacenti, mostrano un’Italia caratterizzata da esperienze di comunanza e frequentazione tra giovani italiani e stranieri. Si pensi, in particolare, alle scuole. Sembrerebbe ragionevole non separare ciò che, fino a prova del contrario, si presenta come un bagaglio esperienziale generazionale condiviso.
Si tratta di una sfida culturale da non lasciar cadere, per contribuire al dibattito pubblico anche contrastando la formazione di pregiudizi e stereotipi culturali o subculturali. Questo approccio per così dire “allargato” alle seconde generazioni non è inteso occultare la questione all’insegna del “Tutti i giovani sono uguali”: semmai l’idea è opposta: “Tutti i giovani sono diversi, ma affrontano il loro ciclo di vita in comuni, e mutate, condizioni di contesto – quelle dell’Italia del primo e secondo decennio del millennio. Analiticità, attenzione alle microfenomenologie, studio dei gruppi e delle territorialità debbono pertanto accompagnarsi a quadri d’insieme, che mettano a fuoco le prospettive della popolazione e della società italiane.
Entro questa prospettiva generazionale allargata, che interessa cioè l’insieme dei giovani nel nostro Paese, bisogna affrontare il tema della cittadinanza.
In Italia esiste una generale e diffusa necessità di ripensare e praticare la socializzazione alla cittadinanza delle giovani generazioni. Molti hanno perduto qualunque fiducia nella utilità e addirittura nella praticabilità dei percorsi curriculari di educazione civica; si sperimentano altri strumenti scolastici, anche positivi, senza ancora però risultati sensibili. Le grandi agenzie di socializzazione sono, dobbiamo ammetterlo, alquanto deficitarie su questo punto: a cominciare della famiglia.
Non si può tuttavia essere rinunciatari, nella speranza che i giacimenti di cultura civica e democratica di cui ancora disponiamo non si esauriscano troppo rapidamente. È importante che su questo si apra una nuova stagione.
Sono dunque necessari nuovi percorsi formativi comuni. C’è da chiedersi se sia una semplificazione eccessiva suggerire l’idea che tutti i giovani iscritti alla scuola italiana (quindi italiani, stranieri comunitari e non) affrontino veri e propri corsi di formazione alla cittadinanza esplicitamente dedicati ai valori costituzionali come pure alle forme istituzionali e politico-giuridiche nella convivenza societaria – nel quadro italiano, europeo internazionale. Italiani e non italiani sarebbero chiamati ad apprendere e discutere insieme le basi dei diritti e dei doveri e le istituzioni centrali del sistema in cui vivranno da cittadini adulti. Per gli italiani di nazionalità si tratterebbe dell’acquisizione di elementi sostanziali di competenza civica, dei quali non sembrano essere troppo provvisti; per i non italiani a questi si aggiungerebbe una certificazione formale. Come si fa con la patente di guida, si dovrebbe immaginare una prova accertativa finale, qualcosa come “un saggio di cittadinanza”, che apra ai non italiani la possibilità di un accesso accelerato e non discrezionale alla cittadinanza italiana al compimento della maggiore età.
Senza retoriche della perfetta integrazione, senza esorcizzare il conflitto generazionale quasi fosse un dinamismo soltanto negativo, la questione delle seconde generazioni andrebbe semplicemente proposta come parte di quel gioco sociale al quale tutti hanno diritto di guadagnarsi un biglietto: la partecipazione. Cosicché l’unico problema, per rispondere alla domanda iniziale, sia quello di fare al meglio la propria parte nel gioco: con le proprie capacità, e i propri sogni.
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